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Quanto tempo ci vuole per imparare a leggere le note?

Non esiste un numero onesto: dipende da che cosa chiami leggere, e poi da quanto spesso ti siedi davvero. Quindi no: niente settimane, niente monte ore. Ma la domanda è mal posta fin dall'inizio, perché nessuno la fa per curiosità. La fai perché vuoi sapere se ha ancora senso cominciare adesso, a quarant'anni, con mezz'ora la sera e le mani rigide. Quella è un'altra domanda e ha un'altra risposta. Una pagina che ti promette una cifra ti sta parlando del proprio marketing, non di te.

Perché nessuno può darti una data

Il pane fatto in casa non guarda l'orologio. La pasta lievita nel tempo che le serve, e quel tempo dipende dalla farina, da quanto è calda la cucina, dal giorno, dalle mani che hanno impastato. L'unico modo onesto di saperlo è infilare un dito nella pasta e guardare come torna su. Chi ti dice novanta minuti non ha mai visto la tua cucina.

Con la lettura funziona uguale, e la prima incognita è il traguardo, perché non ce n'è uno solo. Dare il nome a una nota pensandoci un attimo. Suonare un pezzo semplice leggendolo dalla pagina. Leggere a tempo una musica che non hai mai visto. Sono tre destinazioni diverse e si chiamano tutte e tre leggere la musica. Chi ti vende dodici settimane non dice a quale delle tre ti porta.

Prendi la Sonata in do maggiore K. 545 di Mozart. La registrò lui stesso in catalogo come una piccola sonata per principianti, ed è da lì che viene il soprannome Sonata facile. Facile non lo è. Uno studente può arrivare a leggerla senza errori in qualche mese e passare vent'anni senza riuscire a farne musica. L'attacco è così spoglio che sembra un esercizio, poi a metà del primo movimento la musica passa in minore e per una pagina quella faccia gentile si raffredda. È lì che scopri che il soprannome prometteva un'altra cosa. E quando il primo tema torna, torna in fa maggiore invece che in do, e sorprende chiunque se ne accorga. Un pezzo solo, due traguardi lontani anni l'uno dall'altro.

Poi ci sono le condizioni di partenza, e non si somigliano. Un bambino con la lezione settimanale, un adulto con dieci minuti veri prima di dormire, un corista che legge un rigo solo, un pianista che tiene aperte due chiavi insieme e paga sulla chiave di basso un prezzo che il corista non paga mai. E c'è il repertorio, che decide quale tipo di lettura stai allenando: una melodia da canzoniere ne allena una, una pagina pianistica fitta un'altra. Cambia una sola di queste cose e cambia tutto il conto.

Perché la ricerca è più utile di una promessa

Sulle scadenze la ricerca tace, e fa bene. Su altro ha qualcosa da dire. La metanalisi di 92 studi di Mishra (2014) suggerisce che l'accuratezza nella lettura a prima vista è associata soprattutto ad abilità che si esercitano: l'orecchio, l'improvvisazione, la tecnica, la musica che uno ha già in testa. Restano correlazioni, misurate su altri, e nel conto non compare una sola data.

L'altro studio che cito volentieri è di McPherson (2005), tre anni passati dietro a 157 principianti. Suggerisce che il modo in cui i bambini ragionano mentre leggono spiega i loro progressi meglio del tempo passato a esercitarsi. Non è il numero di ore, è il tipo di attenzione dentro quelle ore. Ed è anche la parte su cui puoi intervenire stasera.

Mishra (2014), Journal of Research in Music Education 61(4), 452-465, ERIC EJ1021043; McPherson (2005), Psychology of Music 33(1), 5-35, SAGE.

Perché i traguardi reggono meglio delle scadenze

Una scadenza la manchi, e poi ti sembra di aver fallito. Un traguardo arriva quando arriva, e te ne accorgi. La prima pagina letta senza aiuto. La prima sera in cui non hai ricominciato il rigo da capo perché ti eri perso a metà.

Due casi meritano una frase per conto loro. Se da bambino leggevi e poi hai smesso, non parti da zero: quello che è rimasto e quello che se n'è andato sono una storia a parte. E se la domanda vera, quella sotto, è se puoi suonare prima di saper leggere, la risposta è sì, e non è un ripiego: si suona benissimo senza leggere. La lettura cresce accanto al suonare, non prima.

Il mio l'ho notato un sabato pomeriggio di marzo, su una pagina che avevo già aperto decine di volte: sono arrivato in fondo al foglio, ho voltato e ho continuato a suonare. Prima mi fermavo sempre lì, mezza battuta, per rimettere a fuoco l'inizio della pagina nuova. Se qualcuno mi chiedesse quante settimane ci sono volute, non saprei rispondere nemmeno adesso.


Scritto dall'autore di Notalune, l'app per iOS nata perché una nota dimenticata non ti blocchi più lo studio: fotografi i tuoi spartiti e i nomi compaiono sopra le note. Sulla domanda del titolo non ha niente da dire. Toglie soltanto le sere in cui una battuta ti ferma e la voglia di suonare se ne va mentre conti le linee. Quando non è sicura, preferisce lasciare la nota vuota piuttosto che indovinare, e nascondi tutti i nomi con un tocco quando vuoi leggere da solo. Altre guide in Imparare · domande: support@notalune.com.